PICCOLE PESTI RUSSE

Ho sempre pensato alla casa come alla principale opera d’arte di chi la abita, indipendentemente dalla reale consapevolezza di averla prodotta e dai mezzi impiegati per costruirla. Proprio per questo mi affascinano le dimore capaci di enfatizzare questa loro vocazione a riflettere la personalità di chi le abita, gli scenografi capaci di raccontare i propri personaggi attraverso le case in cui ambientano le loro vicende, i fotografi che scelgono di utilizzare l’ambiente domestico come parte di un ritratto facendone un elemento narrativo significativo quanto lo sguardo del soggetto. Tra i fotografi e le fotografe che conosco Daniela Rossell rimane sicuramente per me la più capace di utilizzare ogni elemento delle sue immagini - ambiente domestico in primis – per costruire un tessuto narrativo estremamente complesso che si intreccia dietro l’apparente banalità dei suoi scatti. Ne è la prova ”Ricas e Famosas“, il libro scandalo (ma solo per chi se ne è accorto) in cui la giovanissima fotografa messicana si limitava a ritrarre i membri dell’oligarchia messicana (di cui essa stessa era parte, prima di esserne ostracizzzata quando il libro è stato pubblicato)  immersi nel loro habitat naturale: le loro case eccessive, i loro lussi improbabili, i mausolei di ingenui status symbol in cui si sono auto-tumulati per difendersi dalla povertà antipodica dal resto del Messico.

una foto della serie Little Adults di Anna SkladmannOgni volta che rivedo le sue immagini mi sgomenta questa sua abilità di trasformare le foto fatte ad amici di famiglia più o meno ignari (“Pronto cara… scusa se ti disturbo, ma Daniela vorrebbe fare una foto a te e Santiago nel vostro salotto… sai, si è messa in mente di diventare fotografa“) in potenti strumenti di denuncia politica. Forse starete domandandovi come mai siete finiti qui per leggere un articolo su un’altra fotografa che si chiama Anna Skladmann e invece sono 30 righe che vi parlo soltanto di questa Rossell. Eppure il mio modo di arrivare ad Anna passa Read the rest of this entry

GOLOSI SORTILEGI

Non capita tutti i giorni di imbattersi simultaneamente in 30 capolavori. E quando capita è inevitabile rimanerne folgorati. A me è successo stasera, tuffandomi tra le opere del IV Premio Fabbri per l’Arte che mi hanno restituito quella deliziosa sensazione di vertigine che non provavo dalla mia ultima visita alla Gemäldegalerie di Berlino

Fil rouge (o più precisamente rouge-cerise) delle opere candidate è naturalmente la celebre Amarena Fabbri e la sua simil-preziosa potiche bianca e blu, eterno simbolo della ciliegifera maison bolognese. Un’icona silenziosa, eppure, per un emiliano come me, non meno simbolica di quanto lo possa essere un barattolo di Campbell’s Soup per uno yankee ghiotto di pomodoro concentrato. Non mi sarei aspettato che un soggetto pop come un prodotto da scaffale potesse ancora ispirare vera eccellenza artistica in tanti autori e attraverso tanti linguaggi. Fortunatamente lo ha invece intuito Alberto Agazzani, curatore di questa edizione del premio, che ha selezionato gli artisti con implacabile coerenza, mitigata da sapienti guizzi di eterogeneità.

marcello_grassi_classics_premio_fabbri_per_l_arteSontuoso è il primo aggettivo che mi fiorisce alle labbra per descrivere l’impeccabile florilegio di dipinti, fotografie e opere scultoree candidate al premio. Qualità è invece il primo sostantivo, al punto che tra i 30 lavori mi è difficile sceglierne soltanto alcuni da rivelarvi tra le righe di questo articolo. Eppure, persino in questa inusuale equidistribuzione di talenti, è inevitabile che alcune opere mi abbiano colpito più profondamente di altre. In primis Classics 2011, la fotografia che mi ha fatto scoprire il Premio: un superbo esercizio di perizia cromatica e un’ironica iperbole narrativa in cui ritrovo tutta la sensibilità e l’immediatezza del semplicemente bravissimo (e bravissimo semplicemente) Marcello Grassi che ha scelto di Read the rest of this entry

PRINCIPESSE VOLANTI

Tolgono per un attimo il respiro le fanciulle sospese nell’aria di Julia Fullerton Batten. In Between è il nome di una serie di scatti con cui la fotografa di origini tedesche continua il suo lavoro sulle età della donna, iniziato con Schoolplay e Teenage Stories. In questo caso le adolescenti ritratte nelle immagini vivono uno dei passaggi più delicati della vita, galleggiando tra l’età che lasciano e quella che stanno per iniziare,  in un difficile equilibrio che ne coglie l’energia, ma anche la fragilità.

In chi le osserva resta un retrogusto strano, sospeso tra la dolce vertigine della loro leggerezza e il dubbio di ciò che le aspetta alla fine del volo: lo stesso sentimento che si prova, a volte, ripensando alla nostra adolescenza.

Per saperne di più:

  • il sito ufficiale di Julia Fullerton Batten, da cui sono tratte tutte le immagini dell’articolo
  • una collezione completa di immagini della serie Teenage Stories sul sito Paper Mode
  • ed una ricca panoramica dedicata alla serie School Play sul sito Trendland

HOLLYWOOD MADE IN HOLLYWOOD

Credevamo che il volto di Marylin, serigrafato su portaceneri e tele prodotte in serie, segnasse il punto di non ritorno – ma perlomeno di arrivo – del processo di banalizzazione della pop art, e ci eravamo serenamente arresi alla consapevolezza che iconizzazione e mercificazione non sono che due facce indissolubili di una stessa medaglia (peraltro sempre innegabilmente brillereccia). Poi un bel giorno, rovistando nel ciarpame dell’ultimo discount del mobile di periferia, ci è capitato di scoprire in un angolo intere cataste di paraventi Made in China che immortalano le solite quattro pose della povera Audrey Hepburn ingioiellata sul set di “Colazione da Tiffany”, e abbiamo capito che sotto l’egida della democratizzazione della cultura si stava assassinando senza scrupoli il mito di un’altra diva innocente.

 Audrey Hepburn

 

Per chi desidera vendicare l’onore della povera Audrey – oppure per cinefili dai gusti più ricercati che ammirano star meno note come Leslie Caron o Dick Van Dyke -  è giunto il momento di scoprire gli scatti di Leo Fuchs. Nato a Vienna nel 1929, Leo Fuchs emigra negli Stati Uniti con i Read the rest of this entry

Certe volte può bastare un minuto di anticipo su un appuntamento qualunque per scoprire una nuova ispirazione. Mi è successo l’altra mattina a Parigi, mentre aspettavo uno sconosciuto agente immobiliare proprio davanti al Musée Carnavalet per visitare una location nel Marais dove ambientare il nuovo evento-gioiello che sto progettando per Novoceram. Mentre trotterellavo sul marciapiede, i miei occhi ancora semichiusi (ho parlato di mattina mentre in realtà era appena sfumata l’aurora) hanno intercettato la locandina di una mostra di Karen Knorr che raffigura una volpe intenta a discutere con un volatile su una sontuosa dormeuse settecentesca, ambientata in una sala del museo.

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Malauguratamente non avevo neppure il tempo per una sbirciatina: quando il museo avrebbe aperto le sue porte la mia tabella di marcia prevedeva che sarei stato già proiettato all’estremo opposto di Lutetia, sulle tracce di un’altra location… ma quando la sera sono rientrato a casa, mi sono immediatamente immerso nel web per scoprire qualcosa di più su questa interessante fotografa angloamericana, che a dispetto dell’aroma greve di brodo liofilizzato emanato dal suo cognome, ha invece scelto di celebrare nelle Read the rest of this entry