Completamente assorbiti dalla propria frenetica e fantastica vita mondana i Di Portanova non ebbero mai figli. Alla morte della Baronessa Alessandra, avvenuta nel 2000, Villa Arabesque è passata quindi nelle mani del fratello, Gregory Hovas. Come in un sortilegio che si rinnova, la saga di Enrico e Sandra sembra rivivere i suoi riflessi nel nuovo destino di Arabesque. Ancora una volta è una eredità importante – stavolta proprio quella di Ricky – a innescare l’incantesimo (come a suo tempo accadde con quella di suo nonno Hugh Roy Cullen). Ancora una volta è un amore improvviso e flamboyant, condito di eccentricità e di un’estetica spavaldamente libera dai crismi del buon gusto standard, a indurre i nuovi padroni di Arabesque a ridarle nuovo smalto.

Gregory Hovas, incontra infatti sul letto di morte della sorella e del cognato la bellissima Jana Jaffe, figlia del tycoon texano Morris Jaffe, intima amica dei baroni e appariscente presenza di molte notti di Arabesque. La sposerà poche settimane dopo, nel settembre 2000, dopo aver lestamente lasciato la moglie Carla. Anche per Jana questo non è il primo matrimonio: all’attivo ne ha già un paio, ed entrambi – sia lode alla coerenza – con due degli uomini più ricchi del Messico (un terzo se lo era già accaparrato in seconde nozze sua madre Jeanette Longoria, casomai qualcuno si stesse domandando da chi avesse ereditato questo talento). Inizia con loro una nuova epoca per Arabesque: un anno dopo Read the rest of this entry

Se la storia della costruzione di Villa Arabesque sembra già un’antologia di eccessi, che dire allora della vita che ospitò negli anni a venire? Nell’inverno brulicante di mondanità di una certa “Acapulco by winter”, scelta dal jet set soprattutto statunitense per svernare in spensieratezza, non esistevano giorni, né notti, senza che i Di Portanova ospitassero nelle guest suites della villa una lista senza fine di celebrities e amici per dedicarsi alle loro arti preferite: ricevere e stupire. Ogni sera i saloni e le terrazze di Arabesque venivano invasi dall’energia delle feste leggendarie di Ricky e Sandra, che richiamavano personaggi oggi un po’ appannati, ma allora celeberrimi: Henry Kissinger, Roger Moore, Paloma Picasso, Sylvester Stallone, Margaret Thatcher, Joan Collins, Placido Domingo, Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Leslie Bricusse, Julio Iglesias,  Luciano Pavarotti, Burt Reynolds, Barbara Walters… solo per pizzicare alcuni nomi a caso tra i molti scritti nei 60 tomi dei leggendari guest book della Villa.

Allo spuntare del sole, Arabesque riprendeva ad essere quell’incredibile incrocio tra un paradiso terreste sintetico ed un esclusivo parco di divertimenti per adulti fortunati, dove i giorni trascorrevano in una beata informalità, tra sport, svago, e conversazioni tra persone mai incontratesi prima che si scoprivano al mattino improvvisi vicini di suite. Un piccolo esercito privato di addetti Read the rest of this entry

“All my life, I’ve lived in houses other people built” confessa Ricky Di Portanova allo Houston Chronicle nel 1980 parlando di Villa Arabesque ”This house has everything I’ve ever dreamed of”.

Affacciata sulla baia di Acapulco, Arabesque non è un’opera sottile, ma un irrefrenabile concentrato di desideri tradotti in realtà dalla caparbietà del committente, dall’intuito del progettista – l’architetto Aurelio Munoz Castillo – e, indiscutibilmente, dall’abbondante denaro che ha permesso di sostenere il progetto. Liquidare un’opera di questa visionarietà e di questa portata come un capriccio kitsch di un ereditiere sfaccendato mi pare perlomeno riduttivo.

Quando acquistò il discosceso terreno della collina di Las Brisas nel 75, Ricky fu uno dei primissimi investitori ad intuire il potenziale della zona, allora ancora vergine. Dedicò i due anni successivi a progettare la costruzione, mentre i lavori durarono 5 anni, dal 1978 al 1983, anno in cui si insediò a Villa Arabesque.

Più di 1500 operai hanno lavorato a questo sconfinato cantiere per un costo complessivo di 5 milioni di dollari, una somma con cui oggi si Read the rest of this entry

Fu soprattutto dopo il matrimonio con Sandra Hovas che Ricky Di Portanova cominciò a sviluppare la sua passione per le dimore stravaganti e ad assaggiare il piacere di spostare sempre più in là il limite del realizzabile: un esercizio vertiginoso e appassionante che gli permise di trasformare la sua dimora al 2115 di River Oaks Boulevard, la più prestigiosa via di Houston, da modesto padiglione di ispirazione francese, in una delle abitazioni più eccentriche e stupefacenti della città. La proprietà era interamente ricoperta di una protezione di vetro per climatizzare i giardini e la piscina ed era decorata da una straordinaria fauna di sculture animalier: sfingi, leopardi, delfini, giaguari…

Paccottiglia americana, ma anche opere appartenute ai re di Francia che non sfigurerebbero in qualche stanza del Louvre. Come quelle che hanno richiamato collezionisti di mezzo mondo alla strabiliante vendita all’incanto avvenuta a New York poco dopo la morte dei baroni, che ha fruttato alla casa d’aste Christie’s ben 4.8 milioni di dollari, a fronte di ben 3 cataloghi (…si, pare fossero proprio 3…) per contenere tutta l’enormità della Read the rest of this entry

Enrico di Portanova (detto Ricky) era nato a Los Angeles, in un giorno – volutamente imprecisato – a cavallo tra gli anni ‘30 e ‘40, e vi aveva trascorso i primi anni della sua giovinezza.

Fu però presto condotto a Roma da suo padre, il playboy italiano – attore e sedicente barone – Paolo Di Portanova, che dopo la separazione dalla moglie preferì allevare Enrico ed il fratello Ugo, affetto da un grave handicap mentale, sotto il salubre sole capitolino piuttosto che all’ombra pesante della madre Lillie Cranz Cullen, secondogenita del magnate americano del petrolio Hugh Roy Cullen, non meno eccentrica di quanto presto si rivelerà Enrico, nè meno folle di quanto sembrava esserlo Ugo.

L’aspetto fatale di Ricky, i suoi inconfondibili baffetti (direi quasi da sparviero), la sua cultura raffinata, l’amore per le donne ed i motori, e tutta l’atmosfera di piaceri respirata al seguito del padre, sembravano aver già disegnato per Ricky la prospettiva dell’enfant doré prima ancora della grande svolta della sua vita: quella occorsa alla morte del nonno, nel 1957, da cui riuscì, con una vicenda giudiziaria interminabile, ad ereditare una fortuna a dir poco fiabesca.

Nel 1961, dopo essersi “accontentato” per qualche anno di ricevere una rendita di 5000 dollari al mese dal fondo incaricato di gestire il patrimonio Cullen, Ricky comprese infatti la reale entità della posta in gioco, e lasciò Roma ed i suoi affari di mercante di gioielli, per proiettarsi in America deciso a reclamare la giusta Read the rest of this entry

Ci sono case che non sono state costruite semplicemente per accogliere e proteggere una persona e la sua famiglia, ma per diventarne quasi una estensione fisica, come se i muri e gli oggetti dovessero custodire per sempre una porzione del suo spirito, talmente vasto o speciale da far fatica a restare racchiuso nei confini del solo corpo che gli appartiene. Ho sempre pensato che in queste dimore sia racchiusa l’essenza stessa dell’opera d’arte, perché il loro significato trascende il loro aspetto esteriore per raccontare la complessità interiore non di un solo sentimento, di una sola intuizione, di una sola visione, ma di una intera vita. Osservarle quindi non può limitarsi ad un giudizio estetico (che la loro eccentricità spesso porterebbe ad essere superficialmente impietoso) ma automaticamente proietta nella dimensione del loro creatore, nei suoi sogni, nel suo genio, nelle sue miserie come nei suoi splendori, che essa può raccontare senza pudore.

Nella mia vita ho sempre dato la caccia a queste opere rare, e finisco ogni volta per lasciarmi  appassionare dalle loro storie, indissolubilmente intrecciate alle vite straordinarie dei committenti che hanno saputo dato vita a simili progetti: dal Royal Pavillion di Giorgio IV al Vittoriale di Gabriele D’Annunzio, dal Castello di Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera alla insuperabile Rocchetta Mattei di Cesare Mattei , ma molto più spesso anche dimore meno note e spettacolari. Il tratto che le accomuna è sempre lo stesso: la completa emancipazione da ogni schema e l’essere intrise di una personalità talmente spiccata da trasformare ogni dettaglio in una propria incarnazione.

 Una scoperta relativamente recente è quella di Villa Arabesque, la visionaria creatura messicana del Barone Enrico (detto Ricky) Di Portanova e di sua moglie Sandra Hovas, identificata grazie alle immagini iconoclaste della fotografa messicana Daniela Rossell.

La storia di Arabesque è un affascinante feuilleton la cui fine non è ancora stata scritta, e trovo che meriti un post in più atti – anzi direi quasi un kolossal – per inquadrare l’architettura del luogo nel sogno visionario dell’uomo, e della donna, che l’hanno reso possibile.

PARTE 1 – INTRODUZIONE: I MIRABOLANTI FLUTTI DELLA PERSONALITA’

PARTE 2 – RICKY DI PORTANOVA: SUN, SEX E SPAGHETTI

PARTE 3 – LA CASA DI HOUSTON: PROVE TECNICHE DI MEGALOMANIA

PARTE 4 - VILLA ARABESQUE: IL PALAZZO DEI DESIDERI

PARTE 5 – ACAPULCO BY WINTER: LE IRRIPETIBILI STAGIONI DI VILLA ARABESQUE

PARTE 6 – OGGI: INTERROGATIVI E PROSPETTIVE DI UN OGGETTO ORFANO DI UN EPOCA

Per saperne di più: