Author:
Francesco Catalano
ott
29
In un blog che parla di Interior Design, Marketing Esperienziale e Temporary Store non può mancare un post dedicato a “Visiona 0” e “Visiona 2“: le installazioni temporanee realizzate da Verner Panton nel 1968 e nel 1970 per Bayer: due pionieristiche testimonianze del potere dell’esperienza e pietre miliari dell’interior design del secolo scorso.
Oltre che un audace precursore nell’uso del colore (come nel progetto del Ristorante Varna, in quello degli uffici di Spiegel e negli altri progetti di Verner Panton), l’architetto danese è stato anche un vero maestro nel dare corpo alle atmosfere psichedeliche degli anni ’60 e all’estetica della Pop Art, con le sue inafferrabili forme fluide, a cui Panton aggiunse un’inedita tridimensionalità, superando i vincoli produttivi dell’industrial design e quelli costruttivi dell’interior design per trasformare gli spazi e gli oggetti.
Come ogni tenace visionario anche Verner Panton aveva fatto suo il motto di Walt Disney “se puoi sognarlo puoi anche farlo”, e con una determinazione non seconda al suo talento aspettava soltanto l’occasione giusta per realizzare nella realtà le forme che aveva già costruito nella sua mente. Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe stata una grande azienda chimico-farmaceutica a dargli la possibilità di farlo? Dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, l’azienda chimico-farmaceutica Bayer aveva infatti preso l’abitudine di noleggiare un’imbarcazione da crociera durante ogni edizione della Cologne Furniture Fair, il principale appuntamento fieristico tedesco per il settore del mobile. Per tutta la durata dell’evento il battello veniva trasformato in un vero e proprio Temporary Showroom da un designer più o meno affermato a cui l’azienda Read the rest of this entry
Author:
Francesco Catalano
mag
20
Sono passati più di 10 anni da quando il mio amico Sandro mi fece scoprire www.airlinemeals.net, uno dei siti più fetish che io abbia mai navigato in rete: una raccolta maniacale di immagini dei pasti confezionati per le compagnie aeree e serviti in volo, dedicata ai non così rari cultori di questa materia specialistica (anche io – lo confesso – torno periodicamente a visitarlo).
Allora quei pasti venivano ancora serviti su ogni tratta e classe, dentro a vassoi colmi di contro vassoi, ciotole ad incastro, custodie sagomate e stoviglie di plastica, ma proprio in quegli anni stava iniziando il loro rapido processo di estinzione, divorati dalla concorrenza delle compagnie aeree low cost che oggi lascia il margine si e no per un biscottino o un paio di anacardi.
Un’involuzione resa necessaria dalle preferenze del mercato, eppure con quei pasti scompariva una grande icona della mia infanzia, quando il vero divertimento del volo non era guardare le nuvole fuori dal finestrino, bensì sezionare quelle caselle del vassoio del pasto per disvelarne una ad una le ordinate meraviglie e assaporarne le micro-portate, mai del tutto scongelate, accomunate da quel gusto sintetico intriso dell’irresistibile appeal tipico di ogni non-luogo.
Non potevo quindi rimanere indifferente quando Francesca Zorzetto, con cui ho scritto il libro Temporary Store la Strategia dell’Effimero, mi ha passato la soffiata di un nuovo Temporary Restaurant appena aperto da British Airways, dove la cena consiste proprio in uno di questi pasti in vassoio, ormai riservati ai voli più Read the rest of this entry
Author:
Attilio Sarzi Sartori
gen
30
Il Temporary Store è uno strumento di marketing non convenzionale perchè fugge dalla logiche della comunicazione pubblicitaria tradizionale, che attira l’attenzione inoculando nelle masse il proprio messaggio per mezzo di vari media. Attraverso la finzione del negozio a tempo il potenziale consumatore viene immerso in una vera e propria esperienza unica nel suo genere dalla quale verrà segnato in modo permanente, perlomeno nell’intenzione di chi allestisce questo genere di installazioni. Non più dunque un semplice messaggio persuasivo disseminato fra i media, ma un’esperienza emozionale complessa progettata per fidelizzare i potenziali clienti. Per questo il Temporary Store può essere inserito nel grande capitolo del marketing emozionale che mira a coinvolgere il cliente in un’esperienza memorabile. Centrale dunque è suscitare un’emozione piacevole ed intensa nel consumatore ed associarla in modo imprescindibile al brand.
Gli esperimenti di Schachter e Singer degli anni 60 avevano rilevato come l’elicitazione delle proprie emozioni possa essere scomposta in due fasi (Teoria Bifattoriale delle Emozioni). Inizialmente gli sperimentatori inducevano un aumento dell’eccitazione nei volontari inconsapevoli (credevano di essere sottoposti al test di un farmaco sull’apprendimento) tramite l’iniezione di epinefrina, una sostanza che determina l’aumento dell’attività cardiaca. Poi inserivano i volontari in situazioni che potevano essere valutate come piacevoli o spiacevoli consentendo loro di dare una spiegazione apparente del Read the rest of this entry
Author:
Francesco Catalano
dic
16
La parola “creatività” è probabilmente una delle più abusate dell’ultimo decennio. Utilizzata a sproposito per indicare le presunte doti di chiunque indossi un paio di accessori stravaganti (confusa con la non meno salubre, ma ben diversa, “eccentricità”), evocata di fronte alla capacità di indaffaratissimi stylist di combinare armoniosamente oggetti da altri concepiti (usurpando la pur sempre ammirevole, ma assai differente “intelligenza compositiva”, come puntualizzerebbe il mio sapiente amico Franco), ravvisandone i sintomi presso infinite situazioni vagamente divergenti dagli standard (sostituendo così un’altra parola che di sinonimi non aveva mai sentito la necessità, come ”estro”). Oggi però, osservando le algide forme del Pop Up Store dello stilista Richard Chai, penso non sia sbagliato attingere a questa preziosa voce del vocabolario per conferire alla semplicissima intuizione dello studio Snarkitecture, tutto il merito che spetta alle idee che sanno creare, partendo da qualcosa di esistente, un pezzettino di mondo completamente nuovo, che nessuno aveva ancora immaginato.
I fondatori di Snarkitecture sono un artista e un architetto che hanno scelto di non dedicarsi alla costruzione di edifici ma piuttosto di rielaborare spazi esistenti. Uno dei campi di studio e di azione privilegiato dal duo è quello Read the rest of this entry
Author:
Francesco Catalano
ott
26
Per chi è stato adolescente negli anni ’80 è del tutto superfluo spiegare chi sia Dr.Martens. Per gli altri vale forse la pena ricordare che il brand inglese, nato come produttore di scarpe da lavoro, si è legato fin dagli anni ’60 alla cultura giovanile, e in particolar modo a quella musicale, diventato in quegli anni un formidabile lovemark – prima ancora che uno status symbol - per generazioni di giovani ribelli che volevano esprimere il proprio modo di essere controcorrente, anche attraverso le calzature.
Mods, skinheads, grebos, ska, punks, psychobillies, grunge, britpop… intere tribù urbane hanno adottato nei loro look i leggendari anfibi Doctor Martens, rinfrescando attraverso i decenni lo smalto di questo messaggio di indipendenza, mentre il forte posizionamento del marchio non ha mai smesso di essere accuratamente indirizzato ed attualizzato dalle abili iniziative di marketing dell’azienda (elegante ed ammirevolmente indolore quella di prendere gradualmente le distanze dal mondo skinhead man mano che il folklore del fenomeno assumeva sfumature politiche troppo intense e commercialmente pericolose, senza mai rinnegare il passato idillio con l’iconografia delle teste rasate ).
Nel 2009, in occasione del proprio cinquantennale, Dr.Martens ha deciso di ricorrere anche allo strumento del Temporary Store per raccontare i suoi valori attraverso due negozi effimeri di cui non ho fatto in tempo a parlare nelle pagine del libro “Temporary Store, la Strategia dell’Effimero“.
Il primo dei due punti vendita si è aperto a Londra, a Old Spitalfield Market, per 6 mesi, a partire dal 26 agosto 2009. Il progetto dello studio Campaign, in collaborazione con l’agenzia Fresh, ha assecondato l’sipirazione industriale del marchio attraverso un interior design dominato dalle classiche tende frangivento da magazzino in PVC declinate nel colore giallo acceso del brand, ripreso da Read the rest of this entry
Author:
Francesco Catalano
ago
13
Sapore profondo, consistenza perfetta, persino una dose di zucchero meno stucchevole della media: erano mesi che cercavo un gelato così, e finalmente stasera l’ho trovato, in un imprevedibile vicolo versiliese. Allora perchè sono deluso invece che euforico? E cosa aspetto a consigliarvi questa ghiotta scoperta? Che sia perchè ho dovuto gustarmi il mio cono appollaiato su una precaria sedia di plastica in un portichetto illuminato dalla luce spettrale di un neon? O forse perchè le libere chiome della imbronciata signorina che ha composto il mio gelato lo hanno lambito al punto di diventarne quasi un ingrediente? O ancora sarà perchè, invece di essere trasportato da una sapiente colonna sonora in un mondo dove esistevamo soltanto io e i tre gusti che stavo divorando, non ho potuto ascoltare altro che il mesto sottofondo televisivo della villetta accanto?
In una parola: sarà forse perchè l’esperienza è stata così negativa da far passare in secondo piano persino la sopraffina qualità del prodotto che cercavo da mesi? La risposta è tragicamente affermativa, e mi induce a riflettere sconsolato sulla poca attenzione che molte gelaterie (ma per fortuna non tutte) dedicano agli aspetti di marketing.
Un incoraggiate esempio di segno opposto viene dal Regno Unito dove il nuovo brand “The Icecreamists” ha scelto di presentarsi al mondo attraverso una gelateria temporanea aperta dal 10 settembre al 1° novembre 2009 nella Ultralounge dei grandi magazzini Selfridges di Londra.
I dettagli di questo specialissimo Temporary Bar (già in cerca di fissa dimora per diventare permanenente), la cura con cui è stato sviluppato il format sperimentale della Ice Cream Boutique di Oxford Street, e l’approccio da manuale al fattore effimero sono tutte scoperte che Read the rest of this entry
Author:
Francesco Catalano
lug
30
Il Raphus cucullatus – più noto come dodo – era un uccello di Mauritius, incapace di volare, estintosi sul finire del XVII secolo. Dal 1995 il goffo ma irresistibile pennuto ha però trovato nuova vita in casa Pomellato che gli ha dedicato una linea giovane di gioielli composta da simbolici ciondoli zoomorfi, sempre accompagnati da un messaggio che parla di amore e di amicizia. È così che in 15 anni DoDo è diventato il terzo marchio più importante in Italia nel suo segmento, e tra i primi 10 in Europa, mentre il fatturato previsto per il 2010 si aggira intorno ai 45 milioni di euro (il 40% degli introiti dell’intero gruppo Pomellato)
Con un nome così denso di significati naturofili, il brand DoDo – marketing oblige – non poteva certo astenersi dall’impegno a favore della salvaguardia della natura, sostenendo diversi progetti del WWF Italia, in particolare quelli volti alla tutela delle specie in pericolo di sparizione. Ed in questo modo il DoDo si è incontrato nel 2010 con un Read the rest of this entry